Web Liturgia: altare della Reposizione; interpretazioni serene; plurale-singolare e maschile -femminile…
|Don Antonio Sorrentino risponde oggi alle domande di: Gerry, Flavio e Giulia. Per postare nuove domande al noto e stimato liturgista potete farlo scrivendole in fondo alla pagina, nello spazio dedicato ai commenti, nella pagina WEB LITURGIA, basta cliccare qui.
GERRY SCRIVE:
Rev. don Antonio vorrei chiederle 2 cose : l’altare della reposizione quando è opportuno dismetterlo; la sera stessa della celebrazione o all ‘indomani mattina? E poi l ‘altare va ornato molto o poco.
DON ANTONIO SORRENTINO risponde:
La Congregazione per il Culto Divino consiglia di preparare quale “luogo” oppure “cappella” della reposizione e dell’adorazione lo stesso ambiente ove normalmente viene conservata l’Eucaristia. Esso “venga ornato in modo conveniente, perché possa facilitare l’orazione e la meditazione. Si raccomanda il rispetto di quella sobrietà che conviene alla liturgia in questi giorni, evitando o rimuovendo ogni altro abuso contrario” (Preparazione e celebrazione delle feste pasquali,16-1-1988, n. 49).
A sua volta, il Direttorio su pietà popolare e liturgia al n. 141 invita a preparare il luogo della reposizione con austera solennità e che venga preparato essenzialmente per la conservazione dell’Eucaristia e per la Comunione del Venerdì Santo.
Il rischio dell’esagerazione barocca è sempre in agguato: essa travalica il limite della sobrietà e degenera in spettacolarità, la quale, fissando troppo l’attenzione sui segni, “spegne il mistero e impedisce di cogliere che l’evento sacramentale viene da Dio” (CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n. 49). Una sovrabbondanza di oggetti che ingombrano il luogo della reposizione (croci, undici anfore o ciotole, tavola, borsa dei 30 denari, ombre cinesi con la corda di Giuda e tante altre fantasticherie) rende più difficile il rimando al significato fondamentale, che è Cristo celebrato nei suoi misteri. Pertanto, va ripreso un doveroso cammino di purificazione e di seria formazione liturgica, che consenta di puntare su Cristo più che sull’intenzione più o meno esplicita di voler meravigliare con segni molto appariscenti e spesso devianti.
Quando “sparecchiare”? Appena c’è tempo disponibile, perché l’attenzione, già dopo la celebrazione della morte del Signore e per tutto il Sabato santo, è sulla croce.
FLAVIO scrive:
Caro don Antonio, in una risposta lei ha scritto:
Daniele Piazzi ritiene possibile questo rito facoltativo in sintonia con la celebrazione. Non fa meraviglia che ci siano posizioni diversificate. La Chiesa esige uniformità sui contenuti della fede, non sulle loro espressioni teologiche e liturgiche. Difatti abbiamo diverse scuole teologiche e tante famiglie liturgiche. Nel campo più strettamente liturgico, quando non ci sono prescrizioni precise e si entra nel campo del facoltativo, è lecito avere orientamenti diversi. Interpretazioni diverse corrispondono a diverse sensibilità e a considerazioni di carattere pastorale, per evidenziare una qualità della celebrazione che si ritiene più importante anche dal punto di vista di una partecipazione migliore. Vale sempre l’antico principio: “in necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas”.
Le chiedo: qual è il significato dell’antico principio: “in necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas”?
Inoltre le rivolgo un altro quesito: poiché i liturgisti possono avere idee diverse, è opportuno che si scelga di seguire sempre e solo il pensiero di un determinato liturgista, in modo da seguire una sola scuola di pensiero? Oppure è bene accogliere l’insegnamento qualche volta dell’uno e altre volte di un altro in base a ciò che si ritiene più opportuno e giusto?
Un esempio concreto: io seguo tutti i suoi insegnamenti. Per ipotesi condivido l’orientamento del liturgista Felice Ferraris solo sulla posizione dei ministranti al Vangelo, quella di essere rivolti all’ambone e non, come invece ci insegna lei, l’uno di fronte all’altro. Si tratta di un semplice esempio per chiederle se è opportuno che io, che condivido tutti i suoi insegnamenti, possa accogliere un’indicazione diversa di un altro liturgista.
DON ANTONIO SORRENTINO RISPONDE:
Il detto latino “in necesariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas” è molto saggio ed è un’ottima indicazione per “salvaguardare l’unità nelle cose fondamentali della fede e della pastorale”, per lasciare “libertà di espressione e di azione su ciò che non è strettamente obbligante” e per “conservare in ogni rapporto (anche in confronti estremamente franchi) un clima di rispetto e di carità”, come esortava S. Paolo: “Vivere secondo la verità nella carità” (Ef 4,15).
Pertanto, in cose opinabili, nelle quali cioè la norma liturgica non scende nei dettagli, ci si orienta dando più o meno credito a un liturgista e seguendone l’interpretazione. Ma sempre con serenità, senza farsene una croce!.
GIULIA S. scrive:
Caro don Antonio, prima di ricevere la S. Comunione si dice: O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato. Le chiedo: le donne possono dire : non sono degn(a) e salvat(a)?
Oppure è opportuno che tutti usino la forma maschile per esprimere uniformità con le parole ed evitare espressioni diverse dette contemporaneamente? Quando partecipo ai funerali noto spesso che al momento della distribuzione della Comunione, si salutano i familiari del defunto. Le chiedo se è bene evitare di salutare avendo ricevuto il Corpo di Cristo e se è opportuno che il celebrante inviti i fedeli a non farlo prima di distribuire la S. Comunione. Quando inizia il S. Rosario spesso sento dire: O Dio, vieni a salvarci. E’ corretto usare la forma al plurale? O è bene dire: O Dio vieni a salvarmi? Cioè la forma al singolare?
DON ANTONIO SORRENTINO risponde:
- Sì, per rispettare le persone, è chiaro che le donne devono esprimersi con il genere femminile.
- Con delicatezza conviene avvertire la gente che non è opportuno, proprio al momento della Comunione, salutare i partenti del defunto. L’attenzione, evidentemente, deve essere tutta per Gesù.
- Questo versetto “Deus, in adiutorium meum intende; Domine, ad adiuvandum me festina” è tratto dal Salmo 119. Lo ripetevano moltissime volte durante la giornata i monaci eremiti del deserto. San Benedetto lo introdusse quale inizio di tutte le ore dell’Ufficio divino. Di lì è passato anche in molte devozioni popolari, che dovevano in qualche modo rimpiazzare l’Ufficio divino, quale appunto è il rosario.
- La formulazione è al singolare. Rispettiamo questa formulazione. Se il legislatore liturgico ha lasciato l’invocazione al singolare, è bene pregare così, senza la presunzione di essere più saggi e devoti della Chiesa stessa. Anche quando si prega insieme, la persona non scompare mai, ma ha un suo spazio, una sua intimità, un suo rapporto particolare con il Signore.