Liturgia web: don Antonio Sorrentino risponde…

03122008010Di seguito le risposte che don Antonio Sorrentino ha effettuato alle domande di: Francesco Caldarelli, Guido Santoro, Giuseppe (1), Silvia. Per postare nuove domande al noto e stimato liturgista potete farlo scrivendole in fondo alla pagina, nello spazio dedicato ai commenti, nella pagina WEB LITURGIA, basta cliccare qui.

Come devono essere gli abiti della prima comunione

Primacomunione11maggioFrancesco Caldarelli scrive:
In occasione delle prime comunioni, per quanto riguarda l’abbigliamento dei ragazzi, si ha un notevole esborso economico da parte dei genitori. In alcune parrocchie c’è l’abitudine di usare le tuniche “francescane”. Esiste qualche indicazione da parte della Cei? A tal proposito Lei che ne pensa? Ha qualche suggerimento?
Don Antonio risponde:
Disposizioni specifiche per l’abito in occasione della prima Comunione eucaristica non ce ne sono. È chiaro che la prima partecipazione all’Eucarestia è un evento molto importante dal punto di vista sacramentale ed ecclesiale, perché l’Eucarestia è il centro e il vertice della vita cristiana. Ed è bene che la celebrazione venga adeguatamente preparata e sia festosa si, ma non fastosa né stressante e distraente.
In un contesto sempre meno attento alle realtà tipicamente sacramentale e sempre più festaiolo, l’abito per la prima Comunione eucaristica si è andato trasformando in veste costosa e di lusso, assunta quasi a segno di benessere e finanche a occasione per marcare la differenza con famiglie meno abbienti.
Talvolta la vanità delle mamme contagia i figli e la loro preoccupazione per la scelta del vestito, le misure ecc., con tutto il contesto di bomboniere, inviti, regali, pranza, foto, distoglie dall’attenzione per una preparazione soprattutto spirituale e quasi fa dimenticare che il soggetto centrale della prima Comunione non è il fanciullo, ma Gesù Cristo.
Ad evitare questa deplorevole deriva, che snatura il significato vero dell’Eucarestia, molti parroci hanno intrapreso una paziente opera di persuasione, per convincere i genitori e i loro figli comunicandi a usare un abito uguale per tutti, non costoso, ma sobrio e bello, in modo da evitare odiosi confronti e spese non solo superflue, ma incompatibili con la serietà dei Sacramenti.
È da notare che tale abito comune –quasi uguale per maschietti e femminucce- non è né un abito da sposine né un saio francescano. Non anticipiamo i tempi delle future scelte dei fanciulli!
La prima Comunione, quale vertice della Iniziazione cristiana, è un anniversario battesimale (cfr. Benedetto XVI “Sacramentum caritatis” n.1-7). Pertanto, l’abito adeguato dovrebbe essere semplicemente una tunica che, per la forma e il colore, ricordi a tutti che i fanciulli in quanto figli di Dio, dopo adeguata preparazione, possono finalmente partecipare pienamente alla Messa, non più ascoltando solo la Parola di Dio e pregando con la comunità, ma anche offrire il sacrificio di Cristo e mangiarne il pane eucaristico, che è il cibo tipico dei figli di Dio.

D’altra parte, o nel corso della preparazione o all’inizio della Messa di prima Comunione, i fanciulli, intorno alla vasca battesimale, con le candele accese al cero pasquale, rinnovano gli impegni derivanti dalle promesse del Battesimo. È bene, pertanto, che anche l’abito –nella sua linea sobria e dignitosa- dica questo riferimento al Battesimo.

Applausi in chiesa

Guido Santoro scrive:
applausiCaro don Antonio colgo l’occasione per rivolgerLe un’ulteriore domanda che volevo fare da tempo:  in varie celebrazioni eucaristiche a volte ho notato che per i motivi più vari l’assemblea esordisce con forti applausi, magari come segno di gratitudine o altro verso il Presidene o autorità civili ed ecclesiastiche intervenute. In proposito desidererei conoscere un suo parere circa anche l’opportunità di giungere a manifestazioni del genere.
Don Antonio risponde:
Nell’autunno del 2003, indiscrezioni giornalistiche allarmarono l’opinione pubblica: sembrava che fosse imminente la pubblicazione di un documento della S. Sede in cui – si imponeva il ripristino della balaustra e si vietava il servizio alle “chierichette” e l’applauso in chiesa. Nella stesura definitiva el documento non risultò traccia di tutto questo, come invece pare ci fosse nelle bozze.
Certo, il documento richiama ripetutamente l’attenzione di pastori e fedeli per celebrare la liturgia con maggiore serietà e rispetto delle norme, senza cambiamenti arbitrari. La liturgia, infatti, è azione di Cristo e della Chiesa intera, non è mai azione privata né del prete né di alcuna comunità particolare, per cui non se ne può disporre a piacimento. La partecipazione, si, deve essere attiva, ma nel senso primario di una generosa accoglienza in sé del mistero pasquale che ci coinvolge nell’offerta sacrificale con Cristo al Padre. La partecipazione deve essere anche pia e perciò non attivistica, chiassosa, scoordinata, distraente, tale da pregiudicare la percezione della Sacralità, il senso dello stupore e della meraviglia di fronte al grande mistero che viene celebrato, in cui agisce il Signore crocifisso e risorto, mediante l’azione congiunta dello Spirito e della chiesa (cfr. nn 33 e 40). Perciò si insiste molto sul raccoglimento, che viene favorito da una preparazione attenta e previgente, da momenti specifici di silenzio (di pentimento all’atto penitenziale, di confronto e appropriazione dopo l’omelia, di ringraziamento dopo la comunione). Questi momenti di silenzio, molto raccomandati –ma, purtroppo, poco praticati- aiutano a far si che “questo santissimo mistero dell’Eucarestia venga veramente creduto, devotamente celebrato e intensamente vissuto” (Ivi n.94).
E gli applausi? La Bibbia esorta spesso, nei Salmi, “ad applaudire al Signore” per le cose meravigliose da Lui compiute nella creazione e nella storia della salvezza (per es. Salmo 46). L’applauso è un’acclamazione festosa e comunitaria, segno di consenso e di riconoscenza, ma va indirizzata soprattutto al Signore. In alcune celebrazioni particolari (battesimi, matrimoni, ordinazioni, accoglienza del Vescovo…) un applauso al momento giusto può anche starci, quale segno di gioia per il dono di grazia, che il Signore concede alla sua Chiesa nelle persone dei nuovi figli di Dio, dei novelli sposi, dei nuovi ministri, del Pastore che visita i suoi fedeli… Il rischio è quello di eccedere in interventi ripetuti ed esagerati, che creano un clima festaiolo, che potrebbe far degenerare la celebrazione liturgica in manifestazione religiosa, in cui si applaude non più al Signore, ma alle persone. “Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome da gloria” (Salmo 13).
In realtà, ogni liturgia non è celebrazione dell’uomo ma glorificazione di Dio. Perciò è proibito nelle Messe esequiali fare l’elogio funebre del defunto o nelle messe di matrimonio discorsetti elogiativi degli sposi. Finanche nelle feste dei Santi bisogna evidenziare nell’omelia come lo stesso ha messo in pratica la parola di Dio nella sua vita. “La cosa migliore, dicevano i greci, è la misura”.
Saremo capaci, finalmente, di raggiungere un equilibrio tra celebrazioni fredde, incolori e celebrazioni movimentate, chiassose e distraesti? “la liturgia cattolica rimane luminosa anche nel suo mistero, sobria e pacata pur nella sua magnificenza. Tutto in essa è ordinato anche quello che tocca più direttamente la nostra sensibilità, non ha valore che in virtù della fede. Porta frutti di gioia, non impartisce una lezione austera” (H. De Lubac).
La gioia della festa cristiana nasce dalla croce, eprciò è una gioia consapevole e composta, lontana dal dionisiaco e dall’orgiastico.

Inchino all’altare da parte dei lettori

pa4img1Silvia scrive:
Rev.do Don Antonio,vorrei sapere se sia previsto – e in quali documenti- che i lettori debbano fare un inchino all’altare prima di salire all’ambone, oppure già saliti e se l’inchino vada fatto anche al termine della lettura (il SS.mo è al centro, la sede davanti al SS.mo). Grazie.
Don Antonio risponde:
Né l’introduzione al Lezionario né l’ordinamento generale del Messale Romano(3 edizione, del 2004) prevedono un inchino all’altare o al presidente da parte del lettore che si reca all’ambone, a meno che non passi davanti a loro. In questo caso li saluta con un inchino profondo (ossia con il corpo e non semplicemente con il capo), perché essi sono segni di Cristo. Tuttavia, pur non passando davanti al presidente, il lettore, giungendo nel presbiterio è bene che lo saluti con un inchino. Se il tabernacolo è rimasto al centro dell’altare preesistente e ivi si conserva il SS.mo, è espressamente proibito mettersi davanti la sede del presidente (Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n. 69): è questione di buona educazione e di fede! L’ideale sarebbe che Gesù non sia presente nel segno eucaristico fin dall’inizio della celebrazione (OGMR, n315). Ma se nel presbiterio è presente il SS.mo, gli si fa genuflessione (e non semplicemente un inchino) solo all’inizio e alla fine della Messa, perché tutta l’atte3nzione va concentrata sull’altare, dove dinamicamente lo Spirito Santo dona la presenza reale, vera e sostanziale di Cristo, da offrire in sacrificio al Padre e da dare in Comunione ai fedeli (cfr. OGMR, nn.296.299).

Il ministro straordinario della Comunione: “può comunicarsi direttamente” e “che deve fare dei pezzettini di Ostia e se già si è ricevuta l’Eucarestia”

MinisteroGiuseppe scrive:
L’Istruzione Immensae caritatis riguardo ai ministri straordinari della Comunione recita così: Che cosa s’intende “per comunicarsi direttamente”? , come ciò avviene, in che modo, in quale circostanze.  Grazie
Don Antonio risponde:
Il ministro straordinario della Comunione è un servizio che viene richiesto e affidato a un cristiano adulto (nella ns diocesi non prima dei 25 anni e non dopo i 65 anni), non quale onore pr lui personalmente, ma soprattutto per portare la Comunione ad ammalati e/o anziani impediti di partecipare alla celebrazione eucaristica. Inoltre il ministro straordinario può aiutare a distribuire l’Eucarestia nella Messa se si è un numero eccessivo di comunicandi e non sono presenti in chiesa ministri ordinari (preti, diaconi, accoliti). Il ministro straordinario riceve la Comunione dal presidente (o dal diacono) e poi aiuta a distribuirla agli altri oppure va a portarla agli infermi. Questo eccelso inestimabile dono “non lo si può prendere direttamente come si farebbe con il pane ordinario, ma lo si riceve sempre dal ministro” (cfr OGMR; Istruzione “Inaestimabile donum” del 03.04.1980; nota “la Comunione eucaristica” del 03.04.1985). Vale sempre il principio richiamato in molti interventi della Santa Sede –che si tratta di un ministero “straordinario e suppletivo” ( non sostitutivo), a servizio dei fratelli e in casi eccezionali, che non esime il prete dal suo compito primario di distribuire la Comunione in chiesa e di portarla anche personalmente ai malati (cfr. Codice di Diritto Canonico n.230,3; Direttorio “Ecclesia Dei” n.30; Risposta per l’interpretazione autentica del CJC,01.061988). Nel caso in cui il ministro straordinario, per mancanza dei suddetti ministri, organizza un’adorazione oppure è chiamato a distribuire la Comunione fuori Messa, può comunicare se stesso e poi comunicare gli altri. Evidentemente, la cosa migliore sarebbe che il ministro straordinario –sia per coltivare la sua vita spirituale sia per dare buon esempio- partecipi alla Messa e in quel contesto originario riceva l’Eucarestia, comunicandosi da sé solo in circostanze eccezionali. Se il ministro straordinario porta la comunione a un malato e questi –per impedimento particolare- può riceverne solo un pezzetto, la parte restante può consumarla il ministro stesso se non ha ancora fatto la Comunione in quel giorno. Se invece, l’avesse già ricevuta, riporti in chiesa nel tabernacolo la parte restante. Infatti, si può ricevere due volte la Comunione solo se si partecipa ad una seconda Messa (CJC n.917).

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